Visualizzazione post con etichetta Beit Hanoun. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Beit Hanoun. Mostra tutti i post

mercoledì 11 aprile 2012

Venerdì 30 marzo, nel Land Day, Gaza si è unita alla Global March to Jerusalem  in ricordo delle proteste contro la confisca delle terre palestinesi da parte di Israele del 30 marzo 1976 in cui 6 palestinesi furono uccisi e centinaia furono i feriti.
A Gaza questa giornata ha avuto il colore del sangue ed il suono dei proiettili israeliani.

Ci siamo ritrovati tutti in Beit Hanoun, per dirigerci al confine di Erez. Tante persone non hanno potuto proseguire la marcia a causa del blocco creato dalla polizia.
Tuttavia mentre eravamo lì abbiamo saputo che tanti ragazzi erano riusciti ad arrivare al confine, ed abbiamo saputo di feriti. E così, per vie alternative, superando il blocco, li abbiamo raggiunti.
Ciò che ho visto dopo è al limite della follia.

Un gruppo di giovani manifestavano cantando, alcuni semplicemente presidiavano, seduti o in piedi, altri tentavano di portar via una rete di filo spinato, alcuni tiravano pietre in segno di protesta, pietre che comunque non avrebbero potuto mai raggiungere i soldati israeliani né oltrepassare il confine.

Eppure, i soldati israeliani non hanno esitato. Hanno mirato. Hanno sparato. Precisamente.

I feriti si susseguivano. Il caos. Ragazzi in motocicletta portavano i feriti velocemente verso le ambulanze e poi tornavano indietro.

I soldati sparavano alle braccia, alle gambe.
Ho visto le smorfie di sofferenza, ho sentito le urla di dolore.

Anche Mahmoud Zaqout, 19 anni, era lì con noi.
Anche a Mahmoud hanno sparato. Ma è stato colpito dritto al petto.

Mahmoud avrebbe compito 20 anni il 19 aprile.

Dopo quella terribile giornata siamo andati a trovare la sua famiglia.
Mahmoud si era diplomato e lavorava nel suo negozio vicino casa.
Era un ragazzo calmo, un ragazzo amorevole, ci dice Mohammed, il padre, "Mahmoud aveva 19 anni ma era ancora un bambino".
Era amato molto dai bambini, e dai suoi fratelli e dalle sorelle, giocava sempre con loro.
Mahmoud era il decimo di 12 figli.

I genitori raccontano che Mahmoud si stava preparando per la manifestazione da due settimane. Teneva molto a fare qualcosa per la causa palestinese.
Quattro giorni prima si era scattato una fotografia ad aveva chiesto alla sua famiglia di utilizzare quella immagine nel caso in cui fosse stato ucciso.
La famiglia di Mahmoud pensava che stesse scherzando, che lo dicesse per gioco.
Non pensavano potesse accadere.
Forse invece Mahmoud se lo sentiva. O forse semplicemente sapeva che chi va al confine a manifestare rischia la vita sotto il bersaglio dei proiettili israeliani.

Venerdì, dopo la preghiera, Mahmoud è andato alla manifestazione.
La mamma ci racconta che prima di uscire le aveva detto: "Se torno tardi conservamo il pranzo".
Queste sono state le sue ultime parole rivolte alla madre.

Mahmoud stava cercando di porre una bandiera al gate quando è stato colpito da un proiettile israeliano.
E'stato trasportato al Kamal Odwan Hospital. Poi, essendo gravemente ferito, hanno cercato di trasportarlo allo Shifa Hospital, ma è morto prima.

Uno dei suoi fratelli ci mostra la bandiera ancora macchiata del suo sangue.
Chiediamo a Mohammed da chi suo figlio abbia ereditato questo sentimento di lotta e di resistenza. Il padre ci dice che la loro famiglia è originaria di Askilon. Mahmoud non è il primo martire della famiglia. Un suo zio era stato ucciso durante Piombo Fuso.
Mohammed ci dice che sentono di dover lottare per i loro diritti, per la loro libertà e per la giustizia.
Tutta la sua famiglia crede che un giorno i palestinesi ritornernarro nelle loro terre.

Uno dei fratelli ci dice che Mahmoud stava aspettando con ansia il martedì successivo, 3 aprile, per poter vedere il match del Barcellona, perché Mahmoud era un supporter della squadra.
Avrebbero visto la partita insieme.

Mahmoud era consapevole della possibilità di essere ucciso, era pronto a questa idea per amore della sua terra.
Ma allo stesso tempo Mahmoud pensava al suo futuro, e come tutti i ragazzi della sua età, pensava anche a guardare la partita della sua squadra insieme ai parenti e agli amici.

"La perdita di Mahmoud è stata un disastro per tutta la nostra famiglia - ci dice il padre - ma ora Mahmoud è con Dio e speriamo che stia meglio.
In Cisgiordania più di 300 persone sono rimaste ferite. Lì i soldati israeliani hanno utilizzato proiettili di gomma. A Gaza vi sono gli F-16 e i soldati utilizzano proiettili veri, a Gaza i soldati sparano per uccidere i palestinesi", conclude Mohammed.

Chiedo infine ai familiari se si sentono di lasciare un messaggio alla comunità internazionale.
Mohammed, il padre, ci dice: "Io voglio sapere che cosa ha fatto Mahmoud per dover essere ucciso da Israele.
Ringraziamo per la solidarietà e ringraziamo gli internazionali che sono qui per supportare i palestinesi."
Nedal, uno dei fratelli di Mahmoud, interviene: "Se mio fratello fosse stato un soldato ed avesse ucciso un ragazzo israeliano, quale sarebbe stata l'opinione delle persone del mondo intero?
Questa domanda è rivolta sopratutto ai governi degli altri paesi. Anche io vorrei sapere che cosa ha fatto Mahmoud per dover essere ucciso."

Chiedo ad Haiaa, la madre di Mahmoud, come si sente. Con occhi ancora increduli, mi risponde "Ho un fuoco nel cuore. Ogni giorno vado nella sua stanza, ogni giorno mi avvicjno al suo letto e poi inizio  a piangere".

La mamma di Mahmoud mi accompagna nella stanza del figlio. Mi mostra il suo computer, ne accarezza lo schermo. Mi mostra un piccolo mobile su cui sono poggiati i suoi oggetti. Un dentifricio, lo spazzolino, un pettine, una spazzola, un gel per i capelli. Prende il dentifricio, me lo porge, lo rimette al suo posto, dov'era prima. 
Mi mostra i jeans di Mahmoud appesi ad un attaccapanni, li accarezza. I suoi jeans sono ancora lì al loro posto.
La mamma di Mahnoud tiene la sua stanza in ordine e così come lui l'ha lasciata, come se lui fosse ancora vivo, come se dovesse tornare.
Sentivo mancare il respiro davanti al suo dolore.
L'ho abbracciata, un abbraccio pieno di sentimento di impotenza, consapevole che il mio abbraccio non avrebbe mai potuto alleviare il suo dolore, consapevole che nulla potrà mai riportarle suo figlio.

Martedì il Barcellona ha vinto. Mahmoud non ha potuto più essere lì seduto sul divano di casa a guardare la partita, ma forse lassù avrà sorriso. Ora aspetterà che arrivi la vittoria più grande, per veder riconosciuti i diritti del popolo palestinese.

Mahmoud Zaqout, 19 anni

i genitori di Mahmoud ed alcuni dei suoi fratelli


la madre di Mahmoud mostra la camera del figlio





in questo poster, la foto che Mahmoud si era scattato nei giorni precedenti alla manifestazione


Un video che ho girato durante la manifestazione




mercoledì 1 febbraio 2012

Ogni martedì manifestiamo al confine di Erez, in Beit Hanoun, a nord della Striscia di Gaza.

La manifestazione è iniziata verso le 11.00. Ci siamo diretti verso la No Go Zone.
La No Go Zone è un'area che si estende lungo l'intero confine con Israele a nord e ad est della Striscia di Gaza, dentro il territorio palestinese. La No Go Zone imposta da Israele è a tutti gli effetti illegale ed impedisce ai contadini palestinesi l'accesso a gran parte della terra a cui hanno diritto. Chi tenta di accedervi viene attaccato dal fuoco israeliano.

Questa settimana avevamo con noi strumenti musicali, tamburi ed una piccola tromba.
Abbiamo marciato nella No Go Zone sventolando le bandiere palestinesi, suonando e cantando canzoni palestinesi, come Filisteeni e Onadekom.
Abbiamo marciato su quella terra rovinata dai bulldozer israeliani, abbiamo superato grandi fossi tenendoci per mano per non scivolare a causa del fango, e siamo arrivati vicino la barriera di separazione.
Ad un certo punto, la nostra musica è stata interrotta dal suono dei proiettili israeliani.
Il fuoco israeliano ha ammutolito le nostre voci.
In silenzio abbiamo alzato le braccia al cielo.
In silenzio guardavamo verso il confine.
Solo il suono degli spari israeliani, spari che sanno di morte.
Hanno sparato verso manifestanti armati di bandiere e strumenti musicali, hanno sparato contro giovani che hanno solo la loro voce per poter chiedere giustizia e libertà per la propria terra. Ma i soldati israeliani non conoscono il nostro linguaggio, conoscono solo il linguaggio del terrore.

Dopo un po', timidamente e coraggiosamente, abbiamo ricominciato a cantare, sfidando i proiettili israeliani.
Abbiamo piantato una bandiera palestinese vicino la barriera di separazione ed abbiamo sostato lì, cantando e suonando.
In cerchio, un gruppo di ragazzi ha iniziato a ballare la Dabka.
Poi, accanto alla bandiera che abbiamo piantato, abbiamo iniziato a cantare Bella Ciao... « Una mattina mi sono svegliato, o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao! Una mattina mi sono svegliato, e ho trovato l'invasor... » Da italiana, ho provato un'indescrivibile emozione, cantando questa canzone con tutto il mio cuore insieme ai ragazzi palestinesi.

Al ritorno sui nostri volti c'era il sorriso, la musica ci ha dato gioia e forza, noi non ci arrenderemo mai all'assedio.

La settimana scorsa i soldati israeliani ci hanno attaccato con proiettili e lacrimogeni. Lacrimogeni fra le nostre gambe e proiettili sopra le nostre teste.

Questa è stata la nostra risposta. Il suono dei nostri tamburi contro il suono dei loro proiettili.



Noi continueremo a manifestare contro l' illegale No Go Zone, contro l'occupazione e contro l'assedio. Continueremo a manifestare con la Resistenza popolare per chiedere libertà e giustizia per la Palestina, noi continueremo a manifestare per la terra a cui i palestinesi hanno diritto.






mercoledì 25 gennaio 2012

Ogni martedì noi dell' International solidarity Movement, insieme al Beit Hanoun Local Initiative e a tanti altri ragazzi di Beit Hanoun, manifestiamo al confine di Erez, a nord della Striscia di Gaza.

Manifestiamo contro la No Go Zone imposta da Israele che si estende fino a 300 metri dal confine e nella pratica anche oltre, impedendo ai contadini palestinesi di coltivare la terra a cui hanno diritto.
La No Go Zone è a tutti gli effetti illegale. Chi entra nella No Go Zone rischia di essere ucciso dai proiettili israeliani.
Manifestiamo anche contro l'occupazione e per diffondere un messaggio di pace, di libertà e giustizia per la Palestina.

Ieri abbiamo marciato per più di sei chilometri, partendo da Erez ed arrivando ad est di Beit Hanoun, vicino il luogo dove una settimana fa i soldati hanno ucciso 2 ragazzi, di 20 e 17 anni, che stavano cacciando uccelli e cercando materiale da rivendere.

Avevamo molte bandiere palestinesi, ed abbiamo iniziato la manifestazione cantando come facciamo di solito. Ma questa volta i soldati hanno iniziato a sparare appena siamo entrati nella No Go Zone.
E questa volta hanno iniziato a sparare non con proiettili ma con lacrimogeni.
I lacrimogeni raggiungevano le nostre gambe. Siamo scappati avanti ed abbiamo proseguito la marcia.

La nostra marcia era scandita da proiettili e lacrimogeni.
Tre soldati erano appostati dietro una collina. Altri erano all'interno delle torrette posizionate lungo il confine.
Un carro armato ed altri 5 soldati erano posizionati su di una piccola collina. Da una torretta una macchina spara automaticamente proiettili.

Più volte io e Nathan, l'altro attivista internazionale dell'ISM, abbiamo gridato al megafono: "Stop shooting! Stop shooting! This is a peaceful demonstration!"
Ma loro non hanno smesso di sparare.
Ed al nostro appello, dal loro microfono i soldati rispondevano  "I Gazani sono asini, i Gazani sono animali".

Abbiamo scansato il lacrimogeni. A volte seguivamo la loro traiettoria.
La traiettoria dei proiettili, quella no, non si può seguire. Si può solo avvertirne il suono ed allora a volte si può capire se andranno a terra, in aria o nella tua direzione.

Con le scarpe colme di terreno e di fango abbiamo proseguito la marcia arrivando ad est di Beit Hanoun.
Hanno sparato contro una manifestazione pacifica, su giovani armati solo di bandiere e della propria voce. I proiettili ed i gas lacrimogeni che bruciavano in gola non ci hanno scoraggiato e non ci impediranno di continuare la lotta per la terra a cui i palestinesi hanno diritto, contro l'assedio e contro l'occupazione.

Un video della manifestazione:
http://youtu.be/k5oXPXeAq0I










venerdì 20 gennaio 2012

Mercoledì mattina apaches e forze di terra israeliane hanno attaccato la zona est di Beit Hanoun, a nord della Striscia di Gaza.
Due ragazzi sono stati uccisi ed un terzo è rimasto ferito.
Siamo andati di corsa sul posto, incrociando un'ambulanza a gran velocità.
Abbiamo appreso da subito che un ragazzo era morto sul colpo, Mohammed Shaker Abu Auda, 20 anni, mentre l'altro veniva trasportato con urgenza in ospedale.
Siamo andati all'obitorio dell'ospedale di Beit Hanoun dove abbiamo visto il corpo massacrato di Mohammed.
Nel frattempo abbiamo saputo che l'altro ragazzo si trovava in gravi condizioni al Kamal Adwan Hospital. Stavamo per dirigerci lì quando una telefonata ci ha informato che Ahmed Khaled Abu Murad Al-Zaneen, 17 anni, non ce l'aveva fatta.
Abbiamo atteso il funerale.

Familiari ed amici ci hanno riferito che i due ragazzi erano andati vicino il confine per recuperare materiale da costruzione per poi rivenderlo.
Spesso i ragazzi più poveri nella Striscia di Gaza rischiano la vita andando nelle zone vicine al confine, nella cosiddetta no go zone di 300 metri imposta da Israele, per poter recuperare materiale da costruzione e rivenderlo.
Ci hanno anche detto che i due ragazzi cacciavano uccelli.

Il corpo di Ahmed si trovava a circa 300-400 metri dal confine.
Saber del Beit Hanoun Local Initiative ci ha raccontato che perdeva sangue dalla testa ma che "era ancora vivo, respirava pesantemente".
L'ambulanza non è riuscita a raggiungere subito il corpo di Ahmed, perché carro armati e soldati continuavano a sparare ed era pericoloso avvicinarsi all'area. L'ambulanza ha dovuto così indietreggiare a causa degli spari.
Il padre di Ahmed nel frattempo gridava disperato "Voglio vedere mio figlio! Voglio vedere mio figlio!"  Ahmed era ancora vivo nell'ambulanza.

Saber racconta che successivamente sono tornati nell'area per recuperare il corpo di Mohammed, l'hanno trovato con la parte destra del corpo squartata. Vicino il corpo hanno ritrovato tre missili, uno di questi questi aveva colpito Mohammed. Il suo corpo è stato trasportato in una sacca dall'ambulanza.

Il giorno dopo siamo andati alla mourning tent, la tenda del lutto, dove abbiamo incontrato le famiglie dei due ragazzi uccisi.
La mamma di Ahmed non smetteva di piangere. Sono rimasta seduta con le donne della famiglia in silenzio, ammutolita dal tanto dolore.

Ci siamo recati all'altra tenda del lutto. Qui, il fratello di Mohammed,  Zahor Abu Auda, ci ha riferito che i due ragazzi andavano a caccia di uccelli per poi rivenderli come mangine per gli animali. Se sono fortunati questi ragazzi guadagnano 100 shekels (100 shekels equivalgono a circa 20 euro).
Sua madre non può camminare, Mohammed si prendeva cura di lei. Zahor ci ha detto: "Lasciate che il mondo sappia che Israele ha ucciso un uomo che stava solo cercando di guadagnare soldi per vivere. Le forze israeliane supportate dagli americani uccidono persone in Gaza regolarmente e nessuno viene a sapere di questo, il mondo è silente".

Intanto venivamo a sapere che portavoce israeliani stavano diffondendo la notizia secondo cui i due ragazzi erano miliziani armati in procinto di sotterrare esplosivi nella zona del confine.
Davanti a queste dichiarazioni di Israele ed ai suoi potenti mezzi di comunicazione, cresce un senso di impotenza.

Familiari ed amici ci hanno detto che Mohammed e Ahmed non facevano parte di alcun gruppo armato. Mohammed e Ahmed erano dei civili, erano dei semplici lavoratori.

Raccogliamo l'appello di Zohar e continuamo a dar voce alle persone. Perché su tutto questo assurdo dolore, sullo strazio delle madri e sui corpi massacrati non piombi mai il silenzio.



il corpo di Mohammed Shaker Abu Auda, 20 anni


                                 il corpo squartato di Mohammed Shaker Abu Auda, 20 anni
                                                                            
                                  il corpo massacrato di Mohammed Shaker Abu Auda, 20 anni
                    
uno dei missili lanciati dagli apaches israeliani durante l'attacco


uno dei missili lanciati dagli apaches israeliani durante l'attacco


parte anteriore del missile


parte anteriore e posteriore del missile


                                                                      


martedì 3 gennaio 2012

Questa mattina noi dell' International Solidarity Movement, insieme al Beit Hanoun Local Initiative e ad altri ragazzi di Beit Hanoun, siamo andati al confine per la manifestazione settimanale del martedì.

Abbiamo marciato come di consueto all'interno della  no go zone, l'area di 300 metri imposta da Israele entro cui i contadini non possono coltivare.

Abbiamo cantato e sventolato bandiere palestinesi. Abbiamo sostato davanti la barriera di separazione.
Al di là di quella barriera, quelle che fino al 1948 erano terre palestinesi.

Alcune piante stanno crescendo, il campo affianco che abbiamo coltivato qualche tempo fa è finalmente verde. Lo guardo con emozione e ricordo con quanto entusiasmo e coraggio vi abbiamo lavorato sfidando i proiettili dell'esercito israeliano.
La terra si ribella alla no go zone.

Mentre stavamo andando via, ormai lontani dalla barriera di separazione, l'esercito israeliano ha sparato a distanza.


La buffer zone  fu originariamente stabilita a 50 metri dal confine nella Striscia di Gaza, secondo gli Accordi di Oslo.
Da allora è stata unitelarmente ed illegalmente aumentata da Israele.
Ora raggiunge i 300 metri secondo Israele e spesso si allunga ai 2 kilometri, impedendo ai contadini di Gaza l’accesso a grandi porzioni del loro territorio , incluso al 30-40% delle loro terre agricole.












domenica 1 gennaio 2012

Beit Hanoun commemora Piombo Fuso

0 commenti
Riporto un articolo che ho scritto per Nena News: http://nena-news.globalist.it/?p=16088


GAZA, MANIFESTAZIONE CONTRO LA NO GO ZONE
Nuova protesta a Beit Hanoun contro la «zona cuscinetto» creata dall’esercito israeliano all’interno di Gaza. I partecipanti hanno anche commemorato gli oltre 1.400 palestinesi morti nell'operazione "Piombo Fuso"

Beit Hanoun (Gaza), 1 gennaio 2012, Nena News – La manifestazione è iniziata verso le 11.00 del mattino. Un drone sorvolava il cielo sopra Beit Hanoun. I ragazzi ed i volontari dell’International solidarity movement (Ism) hanno marciato fino a pochi metri dalla barriera di separazione, intonando cori e sventolando bandiere palestinesi. Saber al Zaaneen, del Beit Hanoun Local Initiative, aveva un megafono che faceva da cassa al suo cellulare che riproduceva alcune canzoni, tra queste “Bella Ciao”, immancabile nelle manifestazioni in Beit Hanoun. Durante la marcia sono stati avvertiti spari da parte dell’esercito israeliano. Arrivati a pochi metri dalla barriera che delimita il confine, Saber ed altri ragazzi hanno piantato una bandiera palestinese. A turno Saber e poi Nathan dell’Ism, rivolgendosi in direzione del confine, hanno espresso le ragioni della protesta. Al termine Saber ha risposto ad alcune domande.

Qual è il senso delle manifestazioni settimanali in Beit Hanoun?
« Manifestiamo contro l’occupazione israeliana e contro l’assedio di Gaza. L’esercito israeliano dal 2008 ha creato una «no go zone», una zona cuscinetto interdetta, lungo il confine che impedisce ai contadini di lavorare all’interno. Manifestiamo contro la «no go zone» ed a sostegno della determinazione e della tenacia dei contadini. Esiste anche una no go zone all’interno del mare, contadini e pescatori  sono entrambi oppressi da quelle durissime limitazioni.

Quest’ultima manifestazione aveva un significato particolare.
« Oggi Gaza non si inginocchia e non si rassegna. Gaza non alza bandiera bianca, Gaza è ancora forte. Tre anni fa lo stato di Israele ha lanciato un’ offensiva militare su Gaza.  Per 23 giorni hanno utilizzato ogni tipo di arma su di noi.  Aerei, carri armati, armi da fuoco, missili, bulldozers e fosforo bianco. Volevano distruggere la resistenza ed Hamas. Questi attacchi hanno fallito. Hanno distrutto case, hanno bombardato scuole, strutture dell’ UNRWA. Hanno massacrato la famiglia Samouni, la famiglia Idaaya, la famiglia Abeed Aldayen, la famiglia Deeb, la famiglia Aquel, e così via.

Avete posto una bandiera palestinese al confine, perché?
« Facciamo questa manifestazione al confine da circa tre anni, così abbiamo pensato a qualcosa di diverso. L’ultima volta abbiamo camminato all’interno della buffer zone ed abbiamo raggiunto un’area che i palestinesi non raggiungevano dal maggio del 2000. Sono stato felice oggi di vedere la bandiera nello stesso posto».
Com’è nato il Beit Hanoun Local Initiative?
E’ nato nel settembre 2007 in seguito alla sofferenza dei palestinesi nell’osservare gli attacchi israeliani. La ragione principale è stata l’uccisione di 18 bambini in Beit Hanoun, parte di loro si trovavano a scuola, e così abbiamo iniziato manifestazioni in nome dei nostri bambini che Israele ha ucciso in quel periodo. E’stata una mia idea. Il nostro nome è Volontari del servizio sociale e umanitario. Abbiamo un gruppo di supporto psicologico per i bambini e per le madri. Visitiamo famiglie, aiutandole e coltivando la terra con loro, aiutantole nel periodo della raccolta. Durante gli attacchi aiutiamo i feriti e forniamo loro primo soccorso. Abbiamo anche un gruppo che danza la Dabka durante le feste palestinesi. Inoltre organizziamo eventi in alcuni giorni dell’anno: nel Land Day, il giorno della Terra, il 30 marzo, in cui lavoriamo con i contadini. Il 15 maggio, il giorno della Nakba, piantando tende nella buffer zone per rappresentare la condizione dei rifugiati palestinesi».
Come può essere risolto questo conflitto?
Ci sono alcune decisioni prese all’ interno dell’UN che potrebbero porre fine a questo conflitto se fossero applicate. Questa situazione di conflitto potrebbe essere risolta ridando ai palestinesi le terre che avevano nel 1967. Ma il problema è che non c’è ancora giustizia nel mondo, Stati Uniti ed Europa sostengono ancora Israele, loro potrebbero porre fino al conflitto se solo applicassero quelle decisioni.Nonostante tutta la sofferenza del popolo palestinese in questi 63 anni e tutte le uccisioni, i palestinesi lottano ancora per avere libertà e giustizia. Il nostro messaggio è una richiesta di libertà, di giustizia e di pace in Gaza ed in tutta la Palestina.


La buffer zone illegale fu originariamente stabilita a 50 metri dal confine nella Striscia di Gaza, secondo gli Accordi di Oslo, e da allora è stata unitelarmente aumentata da Israele. Ora raggiunge i 300 metri secondo Israele e spesso si allunga ai 2 kilometri, impedendo ai contadini di Gaza l’accesso a grandi porzioni del loro territorio , incluso al 30-40% delle loro terre agricole. Nena News



martedì 13 dicembre 2011

Questa mattina al confine di Eretz in Beit Hanoun, i soldati israeliani hanno sparato ad un ragazzo di 14 anni, Nedal Khaleel Hamdan.
Siamo andati in ospedale per incontrarlo. Lo troviamo seduto sul letto, con la spalla sinistra fasciata, circondato dai suoi familiari.

Nedal stava raccogliendo metallo insieme ad altri ragazzi in un'area vicina al confine. Spesso i giovani della sua età vendono il metallo che raccolgono per guadagnare un po'di soldi ed aiutare così le proprie famiglie. Improvvismante, verso le 8:30 del mattino, i soldati israeliani hanno iniziato a sparare contro di loro; Nedal e gli altri sono scappati, ma mentre stavano correndo Nedal è stato colpito da un proiettile sulla spalla.
E' stato trasportato su di un carro al Balsam Hospital che ha fornito un primo soccorso, per poi essere trasferito al Kamal Odwaan Hospital in Beit Hanoun. Qui il dottore ci ha riferito: "Il proiettile è entrato e non è uscito, abbiamo fatto un'incisione per rimuovere il proiettile M16. C'è totale carenza di qualsiasi cosa nella sala di emergenza. Dobbiamo razionare tutto. Le persone ricevono una quantità di medicine minore rispetto a quella di cui avrebbero bisogno. "
Il tempo di guarigione per Nadal sarà di un mese. Per fortuna non vi è nessuna complicazione.
Quando abbiamo chiesto a Nedal il motivo per cui lui lavora lì, ci ha detto: "Noi cerchiamo di vendere questo metallo per dare alle nostre famiglie soldi di cui hanno bisogno per vivere. "
Suo padre, Khaleel, ha 16 bambini, e non ha un lavoro perché non può lavorare a causa di un problema alle gambe. La mancanza di soldi costringe questi bambini e ragazzi a lavorare in queste zone pericolose, anche se non guadagnano più di 10 shekels per la vendita del metallo. A volte la sua famiglia dipende da questi soldi. Khaleel aggiunge: "Noi viviamo in una situazione di ingiustizia in Palestina e soffriamo per questa occupazione ma cerchiamo un modo per poter lavorare e non abbiamo un'altra risorsa per guadagnare. Speriamo che questa occupazione e questo assedio finiscano presto e che possiamo avere una vita migliore."
Quanti altri crimini ci dovranno essere ancora? Qui sparano sui bambini e il mondo attorno chiude occhi ed orecchie.
13 dicembre 2011
Gaza


                  Nedal Khaleel Hamdan

I semi della resistenza

0 commenti
Questa mattina noi dell' International Solidarity Movement insieme al Beit Hanoun Local Initiave e ad altri ragazzi di Gaza, siamo andati a manifestare, come ogni settimana, al confine di Beit Hanoun, a nord della Striscia di Gaza.
Siamo entrati nella così detta No go zone, l'area imposta da Israele che inizia a 300 metri dal confine.

Abbiamo camminato e cantato canzoni di libertà, un cellulare a cui era attaccato un megafono faceva da stereo.
E' il turno di Bella ciao... immancabile nelle nostre manifestazioni. Immancabile, eppure, ogni volta che sento i ragazzi di Gaza cantare la nostra Bella ciao, l'effetto è sempre lo stesso. E' sempre come se fosse la prima volta. E mi riempie il cuore, e mi sento allo stesso tempo vicina a casa. L'effetto di una canzone che ci unisce.

Ad un certo punto però, i soldati israeliani hanno iniziato a sparare, a terra ed in aria. Hanno sparato consecutivamente per circa 7 minuti.
Allo stesso tempo ascoltavamo il cingolio forte dei carrarmati provenire da dietro il muro di separazione.

Non ce ne siamo andati, abbiamo proseguito con una farming action riuscendo a coltivare la terra vicina a circa 250 mt dal confine.
Con entusiasmo i ragazzi muniti di secchi cospargevano di semi la terra. Io e Nathan, altro attivista dell'ISM, ci siamo alternati sul trattore. C'era anche chi, inginocchiato, pregava, c'era chi guardava assorto il confine.

Infine, stavamo per andare via contenti quando un velo triste ha coperto la nostra soddisfazione. Una telefonata ci ha comunicato che un ragazzo di 14 anni era ferito in ospedale, gli avevano sparato, in prima mattinata, lì in Beit Hanoun. Dovevamo andare in ospedale.

Sulla terra arata, un cartello posto dai giovani di Gaza, cita: "I semi della resistenza per la pace"

Ed ora, su quella terra che ha visto morte e distruzione, resto in attesa di vedere il grano germogliare.



                                                          manifestazione in Beit Hanoun


                                                            manifestazione in Beit Hanoun

                                                           farming action in Beit Hanoun

                                                            farming action in Beit Hanoun

venerdì 11 novembre 2011

Commemorazione in Beit Hanoun

0 commenti
Articolo di Nathan Stuckey

9 Novembre 2011 | International Solidarity Movement

E'martedì, il terzo giorno dell' Eid, l'Eid del Sacrificio. Noi, il Beit Hanoun Local Initiative e l'International Solidarity Movement, ci siamo riuniti vicino i resti bombardati del Beit Hanoun Agricultural College come facciamo ogni martedì in preparazione alla nostra marcia nella zona interdetta all'accesso.
Tuttavia questo martedì è stato differente, non ci siamo riuniti sulla strada che porta a quella zona, ma dietro gli edifici bombardati del College.
Come nella maggior parte della Palestina, la storia è densamente presente, ogni posto ha una storia, oggi, noi dovremmo imparare la storia di questa piccola zona.
Oggi sono 5 anni dall'anniversario del massacro di Beit Hanoun. Davanti a noi, giaciono i sepolcri delle vittime.

L'8 novembre del 2006, alle 6:00 del mattino l'esercito israeliano inizia un bombardamento su Beit Hanoun. Le granate sono lanciate sulle case delle famiglie A'athamnah e Kafarnah. Non solo una granata, il bombardamento è continuato per 15 minuti. Una serie dopo un'altra si abbateva sulle loro case. Diciannove persone furono uccise, nove bambini, quattro donne e sei uomini. Il più piccolo un bambino di un paio di mesi, la vittima più anziana una donna di 73 anni. Altre 40 persone furono rimaste ferite. Erano civili, l'esercito israeiano nemmeno si è preoccupato di assicurare che fossero armati; stavano dormendo nei loro letti.

I sepolcri sono proprio accanto alla strada, proprio dietro l'Agrocultural College. Sono grandi; ognuno di essi contiene molti corpi, grandi lastre grigie di cemento con nomi e preghiere iscritti su di essi. Abu Issa, del Beit Hanoun Local Initiative parla; prega per i morti e ci chiede di ricordare il passato.
Questo massacro rappresenta appena il passato; è quasi il presente, anche se dimenticato in tante parti del mondo. Le sue parole terminano, come devono, sul presente, "noi non abbiamo chiesto l'occupazione, abbiamo sempre vissuto qui, lei è venuta da noi, ma non possiamo accettarlo, dobbiamo continuare a lottare fino a quando l'occupazione finirà." Poniamo una corona di fiori vicino la prima tomba.

Camminiamo lentamente vicino la fila dei sepolcri; Abu Issa ci legge i nomi dei morti. Raggiungiamo la tomba di Maisa, sei anni. Non è mia figlia, è la mia studentessa di inglese. Il suo nome è Maisa Samouni. Ventinove membri della sua estesa famiglia furono uccisi nello stesso modo dall'esercito israeliano, ammassati in una casa dai soldati, e poi la casa fu bombardata dalle Forse di Difesa Israeliane.
Mi chiedo come Maisa sarebbe oggi, sarebbe così piccola e gentile e bellissima come la mia Maisa?
Come terminammo la fila dei sepolcri tornammo a quelli che erano stati distrutti, distrutti dai bulldozers Israeliani in invasioni successive di Gaza.

Ci allontaniamo dai sepolcri e ci voltiamo verso il confine. Alle torri di cemento che lo fiancheggiano, è pieno di cecchini e pistole comandate da computer che uccidono quando vogliono. Abu Issa inizia a parlarci dell'area che vediamo davanti a noi. Era qui che gli uomini di Beit Hanoun furono imprigionati durante la prima settimana di novembre del 2006. Le forze israeliane invasero Beit Hanoun; tutti i maschi di età compresa fra i 16 e 60 anni furono raggruppati e portati qui. Per sei giorni dormirono all'aperto, al freddo, mentre l'esercito israeliano li prendeva per interrogarli. 53 persone furono uccise ed altre 200 ferite durante l'invasione. Il giorno dopo le forze israeliane si ritirarono; spararono granate che avrebbero ucciso altre 19 persone, incluso Maisa.

Dopo la commemorazione, ci siamo accalcati sul furgoncino e siamo andati ad est di Beit Hanoun a visitare la famiglia Jareema. La famiglia Jareema è una famiglia beduina che vive proprio vicino la zona interdetta all'accesso. Non hanno sempre vissuto lì, hanno inziato ad abitarci nel 1948, ma furono espulsi dai sionisti durante la Nakba, loro ed altri 750,000 palestinesi. Si stabilirono in Gaza. Vivevano proprio vicino il confine, le loro case erano a 50 metri dal confine. Poi, gli israeliani decisero di imporre la buffer zone a Gaza, la famiglia ricevette la notizia che dovevano spostarsi. Non ci fu un appello. I bulldozer israeliani vennero e distrussero le loro case. Distrussero i recinti degli animali. Distrussero le piantagioni di alberi che prosperavano nella zona vietata.

Ora, la famiglia vive in un agglomerato di tende e baracche a circa 500 metri dal confine. Come guardate verso il confine vedete una torre grigia particolarmente grande, è da questa torre che gli israeliani sparano loro.
Loro non sanno dove andare, così continuano a vivere qui, sopravvivendo come meglio possono sulla terra che Israele non ha preso. Portiamo loro dei dolci per celebrare l'Eid, loro ci servono tè e pane appena fatto.
Ci chiedono di rimanere per il pranzo, ma dobbiamo andare, c'è un matrimonio in Beit Hanoun. La vita continua. Prego che i bambini di questa nuova coppia crescano in un mondo giusto, in una Palestina libera. Questo è quello per cui lottiamo.