lunedì 4 giugno 2012

Nella notte del 3 giugno 2012 Israele ha condotto una serie di incursioni aeree colpendo diverse areee nella Striscia di Gaza. Verso le 2.00 del mattino, l'aviazione militare israeliana ha colpito:
una casa abitata nel campo profughi di Nuseirat, zona centrale della Striscia di Gaza. La casa è stata colpita da 4 missili. Sette persone sono rimaste ferite fra cui 4 bambini;
un'area disabitata ad ovest di Nuseirat, in questo caso il missile è rimasto inesploso;
un'area disabitata tra una moschea ed una casa, sempre in Nuseirat;
una fattoria in Khan Younis, a sud della Striscia di Gaza;
una fattoria in Beit Lahia, a nord della Striscia di Gaza;
un'abitazione disabitata in legno in Deir el Balah, nella zona centrale della Striscia di Gaza;

La notte seguente, il 4 giugno 2012, l'aviazione militare israeliana ha colpito nuovamente diverse aree nella Striscia di Gaza:
una fattoria che produce formaggi nell'area di Zaitoun, zona est di Gaza city;
una zona disabitata in El Kashif mountain, a nord di Gaza city.

Il 4 giugno, al mattino, mi sono recata in Nuseirat per visitare l'abitazione colpita.
L'abitazione è completamente distrutta nel cortile esterno. Due missili hanno lasciato due profondi fori sul terreno. All'interno dell'abitazione, due missili hanno bucato il soffitto della camera da letto, uno dei quali ne ha forato anche una parete. Macerie e vetri sono sparsi ovunque.
Un'altra abitazione vicina è stata fortemente danneggiata. Parte del soffitto è crollato su una culla dove dormiva una bambina di 3 mesi, Deema.
Video che ho girato sul posto:



Ibrahim Khalil Alfiqi, 23 anni, si trovava da solo nell'abitazione colpita dai quattro missili.
La casa distrutta era la casa dove avrebbe dovuto vivere con sua moglie. Tra un mese terranno la festa per il loro matrimonio. Ibrahim aveva preparato ogni cosa. La camera da letto era pronta.
Aveva messo un materasso in una stanza dell'abitazione dove stava dormendo ogni notte, accanto alla camera da letto. Verso le 2.00 del mattino, Ibrahim è stato svegliato da una fortissima esplosione. La porta della camera da letto è caduta sul suo corpo ed è stato colpito da frammenti del soffitto. Quando ha iniziato a muovere la porta per uscire fuori ha sentito un'altra esplosione. Ha cercato di aprire la porta esterna ma non ci è riuscito. Poi ha sentito un'altra esplosione. Ha spinto la porta con forza ed è scappato. E andato verso l'abitazione di suo fratello Mohammed, accanto alla sua, gli ha chiesto come stava. Ha visto il soffito dell'abitazione del fratello semicrollato. Deema, la bambina su cui è crollato parte del soffitto era ferita. Ibrahim aveva visto anche alcuni cugini feriti. Ibrahim aveva un'emorragia alla gamba. E' stato trasportato in ambulanza in ospedale insieme alla piccola Deema. Deema, 3 mesi, è stata sottoposta a radiografia ed ha riportato diverse ferite da taglio a causa del soffitto crollato sul suo corpicino, ed un rigonfimaneto alla piccola testa dovuto all'impatto con le pale del soffitto. E'viva per miracolo.
Ibrahim ha riportato ferite da schegge di missile sulla gamba e contusione dovuta all'impatto della porta che gli è crollata addosso. Ibrahim successivamente ha voluto lasciare subito l'ospedale perché sua madre era molto preoccupata e credeva che la piccola fosse morta. "Sono scappato senza sapere che cosa fosse successo nella mia abitazione - racconta Ibrahim - poi al mio ritorno dall'ospedale ho visto che la stanza da letto era distrutta. Mi sono detto alhamdulilah, essendo sopravvissuto, ma guardando la stanza mi sono domandato come potrò ricostruirla di nuovo". Ibrahim deve comprare di nuovo ogni cosa, deve comprare i vetri delle finestre, deve rimettere a posto il soffitto.  Ibrahim guadagna solo tra i 700 e gli 800 shekels al mese, non gli è possibile ora comprare ciò di cui l'abtazione ha bisogno.
Suo fratello Mohammed Khalil Alfiqi, 26 anni, dormiva nell'abitazione accanto con sua moglie e le due bambine, Deema, 3 mesi, e Leen, 3 anni.
"Erano circa le 2.00 del mattino - racconta Mohammed - stavamo dormendo. Improvvisamente abbiamo sentito un'esplosione vicino l'abitazione di mio fratello Ibrahim. Mio fratello lavora come meccanico, non lavora per nessun partito, è un civile. La festa per il suo matrimonio è fissata per il 6 luglio. Non ha molti soldi, si è indebitato per comprare ogni cosa per il suo appartamento." Le esplosioni hanno danneggiato anche la casa di Mohammed. Sua figlia Deema, di tre mesi, stava dormendo nella culla quando parte del soffitto è crollato sul suo corpo. Sua moglie e la figlia più grande, Leen, hanno ricevuto soccorso medico sul posto. Deema è stata invece trasportata all' Al-Aqsa hospital in Deir El Balah. Deema ha riportato ematoma al cranio, tagli alle braccia, allo stomaco, vicino un occhio ed ad una gamba.
Mohammed guadagna circa 1700 shekels al mese, e paga gli studi universitari per la moglie, sostiene suo padre che non lavora e le sue sorelle che studiano all'università. La loro famiglia è originaria di Swafet.
In totale, le persone ferite durante questo attacco sono sette: Ibrahim Alfiqi, 23 anni; Deema Alfiqi, 3 mesi; Tareq Alfiqui, 23 anni; Mohammed Jebreel, 4 anni; Feras Jebreel, 5 anni; Hussien Jebreel, 16 anni; Wesam Jebreel, 3 anni. Gli utimi quattro elencati hanno riportato ferite da taglio provocate dai vetri e dalle macerie.

La famiglia di Mohammed mi invita ad accomodarmi nel cortile dell'abitazione di Ibrahim, fra le macerie.
Un suo parente chiede alla piccola Leen, 3 anni, "Chi ti ha svegliato questa mattina?", "Una bomba", risponde Leen.
Alcuni familiari mi invitano a rimanere per il pranzo... come se fosse un giorno normale.
Come se dei missili non avessero da poco distrutto una loro casa. Come se non ci trovassimo fra le macerie. Rimango ancora una volta sbalordita davanti alla forza di queste persone, e sono affascinata ed innamorata della loro accoglienza fra le macerie e dei loro occhi, che, nonostante tutto, mi sorridono.


un pezzo di missile

Mohammed con sua figlia Deema, alle spalle suo fratello Ibrahim


Il 4 giugno mi reco alla fattoria distrutta durante la notte da un bombardamento israeliano. La fattoria si trova in un centro abitato in area Zaytoun, zona est di Gaza city.
La fattoria è completamente distrutta. Il tetto, frantumato sul terreno, presenta ancora un enorme foro provocato dalla bomba lanciata da un caccia F-16. C'era un insopportabile odore acre di cloro misto a latte e formaggi. Uno dei proprietari della fattoria ci racconta che il bombardamento è avvenuto all'1.15 di notte. Non vi era nessuno all'interno della fattoria ma un passante è rimasto ferito. La fattoria produce latte e formaggi, ed è la quinta volta che viene bombardata. L'ultimo attacco è avvenuto un anno fa. Sei famiglie dipendono da questa fattoria, ogni famiglia è composta da otto persone. Una famiglia ha venduto la propria casa per poterla ricostruire ed attualmente vive in affitto presso un altra abitazione. "E'un nuovo distastro - racconta uno dei proprietari - non sappiamo come iniziare di nuovo". Alcuni dei proprietari sono contrari al costruire nuovamente la fattoria, temendo venga distrutta ancora.
Alcune foto dopo il bombardamento.


il foro provocato dalla bomba sul tetto della fattoria completamente crollato

scatole per il formaggio sparse fra le macerie


Portavoce israeliani hanno comunicato di aver colpito obiettivi militari. Molti media internazionali hanno riportato le dichiarazioni dei portavoci israeliani. La verità è un'altra.
La verità è fatta di case civili ridotte in macerie, di soffitti crollati di notte, di famiglie ridotte in povertà, di occhi di bimbi spaventati, di feriti.
I Gazawi ricostruiranno la loro vita dalle macerie anche questa volta.














lunedì 21 maggio 2012

Domenica 20 maggio 2012 un soldato israeliano ha sparato ad un contadino nella sua terra in Al-Qarara, nord est di Khan Younis, a sud della Striscia di Gaza.
Waheed Ali Zer, 22 anni, è stato colpito alla sua gamba sinistra.
Siamo andati a visitare la sua famiglia, mentre Waheed si trova ancora ricoverato al Nasser hospital in Khan Younis.

Suo fratello Mohammed inizia a raccontarci quello che è successo: "Dopo essere stato colpito, Waheed ha iniziato a camminare a carponi ed è stato poi portato al pronto soccorso. Io mi trovavo all'università". Mohamed studia matematica all'Al-Aqsa University e vorrebbe fare il dottorato.
Waheed ha 3 fratelli e 7 sorelle, 3 delle quali sposate.

Lo zio di Waheed ci dice che i soldati israeliani sparano ad ogni ora.
La loro terra si trova a circa 500 metri dal confine con Israele.
"Qui ci troviamo nella zona di Kussufim, carroarmati e bulldozer entrano spesso nell'area -continua lo zio di Wahhed - Prima, fino a tre anni fa, c'erano alberi, tanti alberi di olivo, è stato tutto distrutto dai bulldozers.
Anche qui, dove ci troviamo, una casa è stata demolita da un bulldozer. Se non ci sono i carrarmati e i bulldozer, i soldati israeliani sparano dalle torri".

Mohammed ci dice che Waheed stava andando a prendere il suo asino quando ha visto arrivare una jeep. Allora Mohammed è tornato indietro verso la tenda accanto alla sua abitazione. Un soldato è sceso dalla jeep e gli ha sparato con il fucile da dietro una piccola collina.
Non ci sono stati spari di avvertimento, nessun proiettile in aria. Nessun preavviso.
Un solo proiettile, diretto a Waheed.
"Mio padre ha preso Waheed in braccio mentre mia mamma piangeva", racconta un fratello di Waheed.

Ci addentriamo nella terra dove Waheed è stato ferito. Lì la sua famiglia coltiva arance, melanzane, grano, ci sono anche degli alberi di olivo.
"Le nostre case sono molto semplici, non c'è possibilità di proteggersi." ci dice lo zio di Mohammed. "Anche le piante, anche gli alberi hanno paura degli israeliani, figuratevi noi!", esclama Mohammed.

Guardo ancora la terra. Noto la vicinanza delle torri. Una torre è particolarmente vicina, quella in cui si trova una mitragliatrice automatica.
Una zia di Waheed mi si avvicina, "La nostra vita è molto difficile, per questo le persone a volte si avvicinano al confine per raccogliere quanto più possono".
La famiglia di Waheed è originaria di Be'er Sheva. Anche loro, rifugiati come tanti, dopo che Israele ha cacciato migliaia di palestinesi dalle proprie terre proclamando il suo Stato.

Ci rechiamo al Nasser hospital in Khan Younis per incotrare Waheed.
La sua gamba sinistra è avvolta da una fasciatura macchiata di sangue ed il lenzuolo a sua volta è macchiato di sangue e liquido.
Il suo viso è sofferente. E'stato operato in anestesia totale.
Il proiettile gli ha perforato le vene ed un nervo.
"Avevo comprato un asino - inizia a dirci Waheed - e stavo andando a prenderlo nella mia terra quando ho visto una jeep arrivare. Un soldato è sceso e mi ha sparato.
Sono caduto a terra, mi sentivo la testa girare. Il proiettile è entrato da un lato ed è uscito dall'altro. Ho camminato a carponi, mio padre mi ha preso e l'ambulanza è arrivata dopo molto tempo".

Gli chiedo se vuole lasciare un messaggio alla comunità internazionale. "Chiedo loro solidarietà verso il popolo palestinese, chiedo loro di fermare l'attacco israeliano".

Durante la nostra visita in ospedale arrivano parenti ed amici di Waheed. Una persona gli porta del cibo. Waheed sorride a chi gli rende visita ma i suoi occhi non nascondono la sua sofferenza. Una tenda di cotone lo separa dagli altri letti della stanza affollata dell'ospedale.
Un infermiere arriva dicendoci di uscire perché il tempo delle visite è finito.
Lacio Waheed con la promessa di tornare a fargli visita nella sua abitazione.
Torneremo nella loro zona come presenza internazionale accanto ai contadini, nel silenzio della comunità internazionale su questi continui crimini contro civili inermi nella Striscia di Gaza.


21 maggio 2012
Gaza



Waheed Ali Zer, 22 anni



la gamba fasciata



il reperto rilasciato dall'ospedale


la tenda davanti alla quale si trovava Waheed quando è stato colpito


il confine visto dalla terra della famiglia di Waheed


il confine ed una torre visti dalla terra della famiglia di Waheed

venerdì 18 maggio 2012

Nella mattinata di ieri vi sono state numerose incursioni di carroarmati israeliani nella zona di Beit Lahia, a nord di Gaza.
Ulteriori incursioni si sono verificate nell'area di Shijaia, ad est di Gaza city.

I fratelli Ibrahim Ismael Abo Sultan, 19 anni, Yehya Ismael Abo Sultan, 16 anni, Mohammed Hesham Abo Sultan, 20 anni, stavano lavorando con i contadini in Beit Lahia quando i carroarmati israeliani hanno aperto il fuoco.

Ibrahim inizia a raccontarci quello che è avvenuto.
I tre fratelli stavano raccogliendo patate insieme ai contadini di Beit Lahia in una terra a pochi metri dal confine con Israele. I soldati israeliani hanno iniziato a sparare. Tutti si sono stesi sul terreno per evitare di essere colpiti dai proiettili. Gli spari si sono susseguiti per circa 3 ore.
Successivamente, l' International Commitee of the Red Cross è intervenuta per comunicare con le autorità israeliane. 
I soldati israeliani hanno risposto loro dicendo "Questi lavoratori devono lasciare l'area, entro un'ora devono finire di lavorare o verranno uccisi".
Così, dopo circa un'ora, i contadini hanno lasciato l'area.
Durante gli spari una persona è rimasta ferita.

I contadini non si aspettavano un attacco di questo tipo, non vi erano stati segnali di allarme, se non la presenza, "normale" per la gente di Gaza, di 2 bulldozer, 2 carroarmati ed una jeep.
"Noi non abbiamo nessun altra fonte di guadagno", continua Ibrahim - abbiamo bisogno di lavorare nella terra".
Il fratello piccolo, Yehya, 16 anni, interviene dicendo "Ci siamo spostati strisciando a terra fra le piantagioni di patate fino a raggiungere un piccola collina per nasconderci ed essere al riparo dai proiettili".

Le incursioni di carroarmati e bulldozer israeliani sono frequenti nella Striscia di Gaza, quasi quotidiane.
Nelle terre che delimitano il confine con Israele i contadini sono soggetti ad attacchi continui da parte dei soldati israeliani che impediscono loro di coltivare la terra.

18 maggio 2012
Gaza



Ibrahim Ismael Abo Sultan, 19 anni



Yehya Ismael Abo Sultan, 16 anni


Nella settimana compresa tra il 29 aprile e il 5 maggio otto pescatori sono stati arrestati dalla marina israliana nelle acque di Gaza.

Sabato 5 maggio, verso le 8.30 del mattino, Mohammed Mahi Eldeen Baker, 72 anni, e suo figlio Mohammed Mahi Eldeen Baker, 18 anni, stavano pescando nelle acqua di Gaza a circa 2,5 miglia dalla costa di fronte Soudania (nord Gaza city) quando una nave della marina israeliana si è avvicinata alla loro piccola imbarcazione.
I soldati israeliani con il microfono hanno ordinato loro di posizinarsi di fronte la nave della marina e di tenere le mani alzate.
"Sono un uomo anziano", ha gridato loro Mohammed. Ma i soldati non ne hanno tenuto conto.
Poi è arrivata un'altra nave della marina.
Mohammed ha gridato ai soldati "Ci troviamo nell'area consentita".
L'area consentita è quella interna al limite delle tre miglia nautiche dalla costa, limite imposto
unitelarmente ed illegalmente da Israele. I pescatori sono rimasti circa un'ora in quella posizione.
Poi i soldati israeliani hanno chiesto loro di togliersi i vestiti, di tuffarsi in acqua e di nuotare fino alla nave della marina israeliana. Una volta saliti sulla nave della marina, i soldati hanno hanno dato loro dei vestiti, hanno legato loro le mani dietro la schiena e li hanno incappucciati.
Arrivati al porto di Ashdod, in Israele, i soldati li hanno condotti al controllo medico. "Avevo la pressione alta, stavo morendo. Mi hanno portato in una piccola clinica", continua  Mohammed. Dopo il controllo medico, i pescatori sono stati portati in una piccola sala e sono stati interrogati. Sono state poste a Mohammed molte domande, ma Mohammed ha risposto sempre "Non lo so". Le domande riguardavano informazioni sul porto di Gaza.
I soldati hanno perquisito nuovamente i due pescatori ed hanno legato loro le mani con manette di metallo, poi li hanno trasportati ad Erez.
Quando hanno raggiunto Erez, i soldati hanno consegnato loro delle piccole mappe della costa di Gaza su cui erano indicati i limiti imposti da Israele entro cui i pescatori di Gaza possono pescare, ed hanno detto loro di consegnarle ai pescatori per far conoscere loro i limiti esatti. Raggiunto l'ufficio palestinese, la polizia ha ritirato le mappe dicendo loro che si sarebbe occupata della loro distribuzione.

I soldati israeliani hanno confiscato la barca dei due pescatori.
Mohammed deve ancora finire di pagare il suo debito per l'acquisto del motore della sua barca, anche se il motore non gli verrà mai restituito da Israele. Il motore costa 5.000 dollari; Mohammed aveva pagato 1.000 dollari, il suo debito ora ammonta a 4000 dollari.
Inoltre anche tutto l'equipaggiamento è andato perso e gli oggetti personali.
Mohammed non ha altre fonti di guadagno. Non sa come pagare il suo debito per il motore che non c'è più. La persona a cui deve pagare il debito si è rivolta alla polizia. La polizia ha ordinato a Mohammed di versare ogni mese 800 shekels (circa 220 dollari) per saldare il debito. Ma Mohammed non ha introiti avendo perso la barca, l'unica sua fonte di guadagno.

Mohammed deve anche pagare alla sua municipalità una bolletta di 11.000 shekels. Ha rivevuto un avviso in cui si dice che se non paga quanto deve rischierà la prigione.
Mohammed è preoccupato, non sa come pagare il debito per il motore che non avrà più e non sa come pagare la bolletta.

14 persone della sua famiglia dipendevano da quella barca. Sua figlia con il marito ed i figli vive nella sua stessa abitazione.

Suo nipote Mohammed Mansour Baker, 20 anni, era stato ucciso dai soldati della marina israeliana nel settembre 2010. Un proiettile gli ha tolto la vita mentre pescava nelle acque di Gaza.

Saluto Mohammed provando un enorme senso di impotenza mentre mi guarda i suoi occhi esprimono una richiesta di aiuto.

Domenica 29 aprile altri 6 pescatori sono stati arrestati dalla marina israeliana.
Belal Ismail El-Shrafi, 22 anni, stava pescando su una piccola imbarcazione con i suoi tre fratelli, Amjad Ismail El-Shrafi, Ashraf Ismail El-Shrafi, Ahmed Ismail El-Shrafi, un cugino,
Yasser Mohammed El-Shrafi, ed un parente egiziano, Saadat Abd El-Mooty Hasaneen.
Si trovavano a 2,5 miglia dalla costa verso el 9.30 del mattino quando hanno visto la marina israeliana arrivare ed iniziare a sparare.
I sei pescatori hanno iniziato a scappare, la marina israeliana ha continuato a sparare attorno alla loro barca, poi i soldati, per fermarli, hanno sparato al motore. Il motore della loro barca così ha smesso di funzionare.
I soldati hanno chiesto loro di togliersi i vestiti, di tuffarsi in acqua e nuotare fino alle navi della marina.
La marina israeliana ha arrestato i 6 pescatori e li ha portati ad Ashdod. Arrivati
al porto di Ashdod, li hanno condotti in una piccola stanza dove li hanno trattenuti per quattro ore. Sono stati poi trasportati ad Erez e sottoposti all'interrogatorio.
Durante l'interrogatorio sono state poste a Belal informazioni personali, informazioni sui suoi fratelli e sorelle e sugli altri altri familiari, indirizzo, informazioni sul vicinato.
Belal ha detto loro che non avevano superato il limite delle tre miglia nautiche dalla costa. Una delle persone che lo interrogava gli ha risposto "Noi sappiamo che non avete superato il limite delle tre miglia, ma il limite reale si trova ad un chilometro dal limite nord" (cioè il limite nord verso Ashdod).
I pescatori palestiesi non sanno di questo limite "reale".
Belal ha chiesto il perché di questo limite. Gli israeliani gli hanno risposto che è una misura anti attacco, perché temono che la resistenza palestinese possa lanciare missili dalle barche dei pescatori.
Quando Belal mi ha comunicato la risposta degli israeliani, abbiamo sorriso insieme. Un sorriso amaro e triste. Personalmente, conoscendo le barche dei pescatori, la motivazione israeliana rasenta il ridicolo e non è altro che una scusa in più per togliere utleriormente tratti di mare ai pescatori di Gaza.
"Prima il limite era di 20 miglia, poi di 12, poi di 6, ora di 3 miglia, e loro sperano di ridurre ulteriormente questo limite", continua Belal.
Gli sono state anche chieste informazioni sui luoghi dove opera la resistenza palestinese.
L'interrogatorio è durato cinque ore per tutti i pescatori, interrogati separatamente in diverse stanze. Poi tutti sono potuti tornare a Gaza, tranne il pescatore egiziano che è stato trattenuto.
La loro barca si trova al porto di Ashdod e le loro cose personali sono statte trattenute dai soldati. Belal aveva un cellulare e 200 shekels. Suo fratello Amgiad aveva con sé un cellulare, il permesso per guidare la barca, il Gps. Il secondo fratello, Ashraf, aveva un cellulare, la patente
di guida e 120 shekels. Ahmad aveva co sé un cellulare, il permesso per guidare la barca, ed infine Yousef (il cugino) aveva un cellulare. Saadat, il pescatore egiziano aveva un cellulare, il passaporto egiziano, 2000 pounds egiziani, la patente di guida. Saadat era arrivato a Gaza attraverso i tunnels perché agli egiziani non è permesso entrare a Gaza.
I soldati israeliani hanno rilasciato Saadat il giorno dopo attraverso il valico di Kerem Shalom. Gli israeliani hanno dato alle autorità egiziane un documento in cui veniva comunicato che Saadat era entrato a Gaza illegalmente e che stava tentando un attentato  in Israele autoesplodendosi. Ecco l'assurdità e la cattiveria di simili menzogne.
Saadat è in Egitto ed è stato condannato a 6 mesi di prigione, è in attesa della sentenza finale.

Ogni settimana almeno un paio di  pescatori vengono arrestati dalla marina israeliana, e le loro barche vengono confiscate.
Quasi quotidianamente le navi della marina israeliana attaccano i pescatori per impedire loro di pescare.
A causa di queste aggressioni il numero dei pescatori è andato dimunuendo nel corso degli ultimi anni. Le acque interne al limite delle 3 miglia nautiche imposte unitelarmente da Israele sono ormai povere di pesci. I pescatori non riescono più ad autosostenersi.
Continue violazioni dei diritti umani nel silenzio della comunità internazionale.




Mohammed Mahi Eldeen Baker, 72 anni

lunedì 23 aprile 2012

E' tempo di raccogliere il grano, i contadini di Gaza si riversano a lavorare nei campi.
I soldati israeliani hanno già iniziato a sparare nelle terre lungo il confine della Striscia di Gaza.  Due feriti nei soli primi due giorni del raccolto.

Renad Salem Qdeeh, 33 anni, stava raccogliendo il grano nella sua terra quando i soldati israeliani hanno iniziato a sparare, verso le 7.30-8.00 del mattino. I contadini sono scappati, Renad ha iniziato a gridare ed è rimasta ferita alla testa quando si trovava a circa 800 metri dal confine. E'stata trasportata in una clinica in Khuza'a e la ferita le è stata saturata con 10 punti. La troviamo distesa sul letto.

"Prima ci hanno tolto 300 metri di terra, ora non possiamo lavorare nemmeno ad 800 metri dal confine, vogliono cacciarci dalle nostre terre", esordisce sua madre, che non smettere di esprimerci la sua rabbia ed il suo dolore.
"Dobbiamo guardagnare per le nostre famiglie - continua la mamma di Renad - noi aspettiamo questa stagione del raccolto per poter guadagnare. Mia figlia ha 8 bambini, li deve nutrire, non abbiamo altre risorse. Non ci lasciano vivere nelle nostre terre. Noi chiediamo supporto e protezione davanti ai soldati israeliani, per fermarli.
Siamo circondati dai soldati, sparano ovunque. Ieri un ragazzo è rimasto ferito in Khuza'a. Dove sono i diritti umani?"

Renad socchiude gli occhi. E' circondata dai familiari. Ci viene offerto del succo di frutta. Ogni persona sembra voler intervenire per poter parlare della propria condizione di vita, ogni voce sembra una richiesta di aiuto.

"Domani andrò lì a continuare la mietitura - riprende a parlare la madre di Renad - noi andremo lì comunque a lavorare anche se verremo uccisi.
Quale tipo di sentimento si può provare quando si trova la propria figlia piena di sangue?
I soldati avevano intenzione di ferirla. Dopo che l'hanno fatto se ne sono andati, volevano giusto spararle.
Abbiamo perso la maggior parte delle nostre terre. Ora rischiamo di morire anche ad 800 metri dal confine. Loro vogliono che ce ne andiamo? No, noi moriremo lì."

I parenti di Renad inoltre credono che i soldati israeliani buttino sostanze chimiche nelle loro terre. A volte ne avvertono l'odore, ma non sanno esattamente di cosa si tratti.

"Gli altri paesi possono aiutarci se vogliono - interviene la sorella di Renad - senza aiuto noi non possiamo lavorare nella nostra terra.
Hanno già preso 300 metri di terra lungo tutto il confine di Gaza, potete immaginate quanta terra abbiano preso, era terra fertile, ora è tutto distrutto."

La No Go Zone di 300 metri lungo tutto il confine, imposta unitelarmente da Israele, ha inglobato le terre dei contadini palestinesi. Alcuni hanno perso tutto.
Il giorno successivo abbiamo iniziato ad accompagnare i contadini in quello stesso settore di terra.
Il primo giorno i soldati israeliani ci hanno osservato senza sparare. Jeep correvano a grande velocità ed i soldati si sono posizionati sulle torrette che delemitano il confine, altri dietro una piccola collina. E' da quella collina che sparano più frequentemente.
Due giorni dopo però è andata diversamente. Soldati appostati sulla collina hanno aperto il fuoco nonostante la nostra presenza. Abbiamo gridato loro al megafono di smettere di sparare, ricordando loro che eravamo in terra palestinese. Ho preso la mia fotocamera ed ho girato un video in quel momento:



Il terzo giorno i soldati ci hanno osservato senza sparare. C'era continuamente movimento di carroarmati e jeep correvano a grande velocità. I contadini temono di più le jeep dei carroarmati, temono gli hummer militari più di tutto, quelli sui cui sono posizionate armi da fuoco pronte a sparare.
In questo caso posso dire, un esercito contro dei contadini. Soldati che non esitano a sparare contro uomini inermi intenti a mietere a mano il grano e a trasportarlo con le carrette trainate dagli asini.
Intanto, nel timore generale, caccia F-16 rombavano a bassa quota.
I contadini hanno potuto lavorare e ci hanno ringraziato per la nostra presenza.

Il giorno in cui è stato ferita Renad, anche Hassan Waled Shnano, 27 anni, è rimasto ferito. Ma lui non stava lavorando nei campi. Stava semplicemente camminando per andare a lavoro, in Khuza'a, in un'area a circa 2 chilometri dal confine, un'area non lontana dalla sua abitazione. Lo incontriamo all'European Hospital in Khan Younis. "E' una zona abitata, una zona sicura. Hanno iniziato a sparare dal mattino presto", ci dice Hassan. Hassan è coordinatore locale della Ngo Mercy Corps in Khuza'a, e si occupa di progetti educativi per gli studenti. Un proiettile l'ha colpito alla giuntura del femore destro.
Suo padre, che aveva respirato il fosforo bianco durante l'Operazione Militare Piombo Fuso, è morto di cancro . Hassan ha cinque fratelli ed una sorella. E'sposato ed ha due figlie.
Anche uno dei suoi fratelli, nel 2006, è rimasto ferito, a 15 anni, mentre tornava da scuola.

Questa mattina i soldati hanno sparato di nuovo sui contadini intenti a lavorare nei campi in Khuza'a.
Abbiamo accompagnato un gruppo di contadini in una terra vicina a quella dove eravamo andati finora. Nonostante gli spari i contadini hanno continuato a lavorare sentendosi protetti dalla nostra presenza. Ma i soldati hanno sparato anche in quella terra vicina, quella dove lavora anche la famiglia di Renad. Fremevo guardando i soldati sparare. Il mio cuore tremava ad ogni dannato colpo, i miei occhi volevano piangere al pensiero che qualcuno potesse rimanere ferito. Lì i soldati non hanno smesso di sparare fin quando i contadini non sono andati via, impossibilitati a raccogliere il grano sotto gli spari. Ho girato un video questa mattina appena i soldati hanno iniziato a sparare:



Ogni mattina noi torneremo in Khuza'a per accompagnare i contadini, fino a quando il lavoro nei campi non sarà terminato.
I contadini ci ringraziano continuamente. Rispondo loro con un grazie. Io mi sento di ringraziarli. Non immaginano quanto mi senta fortunata a poter stringere le loro mani, a poter guardare i loro occhi che nonostante tutto sorridono, non immaginano quanto mi senta fortunata a poter difendere il loro diritto alla vita.



la madre di Renad

Renad Salem Qdeeh, 33 anni

Hassan Waled Shnano, 27 anni
     

giovedì 19 aprile 2012

Accompagnare i pescatori di Gaza sulle loro imbarcazioni, ponendosi a loro protezione come scudi umani, consente non solo di riportare le violazioni dei diritti umani, ma anche di sentire sulla propria pelle che cosa significa vivere sotto assedio nella Striscia di Gaza.

Dal gennaio 2009, Israele ha unitelarmente imposto un limite di 3 miglia all'interno delle acque di Gaza, che, invece, secondo gli accordi di Jericho del 1994, dovrebbero estendersi fino a 20 miglia nautiche dalla costa.  Un limite di 3 miglia che è a tutti gli effetti illegale. Le navi della marina israeliana sono appostate lungo questo limite, attaccando chiunque tenti di oltrepassarlo, e spesso attaccando le imbarcazioni dei pescatori anche all'interno di questo limite. Come osservatori internazionali della barca Oliva CPS Gaza, il cui è scopo è di monitorare le violazioni dei diritti umani da parte della marina israeliana nelle acque di Gaza, siamo stati testimoni di molti attacchi avvenuti anche a due miglia nautiche dalla costa.

All'interno delle 3 miglia ormai non c'è abbastanza pesce, e le acque sono spesso inquinate.
I pescatori, soprattutto quelli che escono con le hasakas, le piccole imbarcazioni, tornano a volte con le casse quasi vuote.

Poco più di due settimane fa, siamo partititi di notte  con un peschereccio che da Gaza si è diretto a sud arrivando fino a Rafah, facendo due soste per tirar le reti all'andata e due al ritorno, e tenendosi sulle due miglia nautiche dalla costa. Dopo ore ed ore in mare consumando benzina, abbiamo portato a casa poche casse con pesce di piccole dimensioni e gamberi. I pescatori riescono a stento a sopravvivere con ciò che guadagnano da una nottata in mare contando le spese per la benzina.

Altri pescatori preferiscono invece fermarsi a 2-2,5 miglia dalla costa e pescare restando fermi. In questo caso riescono a pescare per lo più sardine, spesso di piccole dimensioni. Per poter pescare maggior quantità di pesce e di maggior dimensione, dovrebbero arrivare almeno a 4-6 miglia nautiche dalla costa.

Mentre accompagnavo i pescatori di Gaza su questi pescherecci, la marina israeliana ci ha attaccati, creando onde e sparando.
Ho registrato un video durante uno degli ultimi attacchi, è visibile qui: http://www.youtube.com/watch?v=uKIcb1TV5Xk
In questo caso la nostra imbarcazione si trovava a circa 100/150 mt di distanza dal limite delle tre miglia.

Lunedì siamo usciti di nuovo con la stessa imbarcazione. Ci siamo fermati a tirar su le reti prima di raggiungere il limite delle tre miglia. Data la scarsità di pesce, e dato che le acque erano visibilmente inquinate, abbiamo deciso di avanzare arrivando a 3,5 miglia nautiche dalla costa.
La marina israeliana ha iniziato a girare attorno alla nostra imbarcazione. I soldati accendevano il faro e poi lo spegnevano.
Con il faro spento, la nave della marina israeliana era invisibile nell'oscurità.
Non potevamo più vedere i suoi movimenti, non potevamo sapere se ci era vicina.
Ma potevamo avvertire le onde che provocava.
Coraggiosamente i pescatori hanno proseguito la pesca tirando le reti di fretta. Io e gli altri tre internazionali ci siamo appostati in maniera visibile indossando delle giacchette gialle. La marina israeliana appariva puntando il faro su di noi, poi scompariva a luci spente.

Ad un certo punto la nave della marina israeliana si è avvicinata ed ha iniziato a sparare nella nostra direzione. Un soldato al microfono ha gridato: "Tirate su l'ancora, altrimenti vi porterò ad Ashdod"
(la marina israeliana frequentemente arresta i pescatori di Gaza entro o oltre le tre miglia, trasportandoli ad Ashdod, in Israele, e confiscando le loro barche. I pescatori vengono di solito rilasciati dopo un giorno, ma senza le loro barche).
I soldati hanno continuato a sparare nella nostra direzione. Io e gli altri internazionali abbiamo alzato le braccia gridando loro di smettere di sparare.
Il capitano della nostra barca ha deciso di indetreggiare, e ci siamo fermati a 3 miglia nautiche dalla costa, per poi tornare al porto di Gaza city verso le 6.30.
Questa volte le casse di pesce erano più numerose ed i pescatori erano visibilmente contenti. Io, sorridevo emozionata. Felice, anche se timorosa di possibili ritorsioni e di attacchi mirati nei loro confronti quando non saremo stati sulla loro barca.

In mare anche avanzare di soli 100 mt oltre le tre miglia può fare la differenza.
Alcuni pescatori tentano di andare oltre il limite di questa prigione, per poter guadagnare e sostenere le proprie famiglie.
Superare il limite delle 3 miglia nautiche dalla costa significa imbattersi nell'esercito israeliano.
Un esercito contro dei pescatori.
Soldati che non esitano a sparare contro uomini inermi a piedi nudi intenti a tirare su le reti nelle acque a cui hanno diritto.
Questo è l'assedio di Gaza.

Sono onorata di accompagnare questi pescatori tanto coraggiosi e dignitosi.
I loro occhi parlano della loro sofferenza, ma allo stesso tempo esprimono tutta la loro forza, e me la trasmettono.
Domani ci aspetta un'altra notte in mare, e tante altre ancora, condividendo con loro il freddo ed il cibo, il timore ed il coraggio, e la speranza di portare a casa un pezzettino di libertà.


Video dell'ultimo attacco:







la marina israeliana insegue pescatori (foto che ho scattato dalla barca Oliva durante una recente missione)





mercoledì 11 aprile 2012

Venerdì 30 marzo, nel Land Day, Gaza si è unita alla Global March to Jerusalem  in ricordo delle proteste contro la confisca delle terre palestinesi da parte di Israele del 30 marzo 1976 in cui 6 palestinesi furono uccisi e centinaia furono i feriti.
A Gaza questa giornata ha avuto il colore del sangue ed il suono dei proiettili israeliani.

Ci siamo ritrovati tutti in Beit Hanoun, per dirigerci al confine di Erez. Tante persone non hanno potuto proseguire la marcia a causa del blocco creato dalla polizia.
Tuttavia mentre eravamo lì abbiamo saputo che tanti ragazzi erano riusciti ad arrivare al confine, ed abbiamo saputo di feriti. E così, per vie alternative, superando il blocco, li abbiamo raggiunti.
Ciò che ho visto dopo è al limite della follia.

Un gruppo di giovani manifestavano cantando, alcuni semplicemente presidiavano, seduti o in piedi, altri tentavano di portar via una rete di filo spinato, alcuni tiravano pietre in segno di protesta, pietre che comunque non avrebbero potuto mai raggiungere i soldati israeliani né oltrepassare il confine.

Eppure, i soldati israeliani non hanno esitato. Hanno mirato. Hanno sparato. Precisamente.

I feriti si susseguivano. Il caos. Ragazzi in motocicletta portavano i feriti velocemente verso le ambulanze e poi tornavano indietro.

I soldati sparavano alle braccia, alle gambe.
Ho visto le smorfie di sofferenza, ho sentito le urla di dolore.

Anche Mahmoud Zaqout, 19 anni, era lì con noi.
Anche a Mahmoud hanno sparato. Ma è stato colpito dritto al petto.

Mahmoud avrebbe compito 20 anni il 19 aprile.

Dopo quella terribile giornata siamo andati a trovare la sua famiglia.
Mahmoud si era diplomato e lavorava nel suo negozio vicino casa.
Era un ragazzo calmo, un ragazzo amorevole, ci dice Mohammed, il padre, "Mahmoud aveva 19 anni ma era ancora un bambino".
Era amato molto dai bambini, e dai suoi fratelli e dalle sorelle, giocava sempre con loro.
Mahmoud era il decimo di 12 figli.

I genitori raccontano che Mahmoud si stava preparando per la manifestazione da due settimane. Teneva molto a fare qualcosa per la causa palestinese.
Quattro giorni prima si era scattato una fotografia ad aveva chiesto alla sua famiglia di utilizzare quella immagine nel caso in cui fosse stato ucciso.
La famiglia di Mahmoud pensava che stesse scherzando, che lo dicesse per gioco.
Non pensavano potesse accadere.
Forse invece Mahmoud se lo sentiva. O forse semplicemente sapeva che chi va al confine a manifestare rischia la vita sotto il bersaglio dei proiettili israeliani.

Venerdì, dopo la preghiera, Mahmoud è andato alla manifestazione.
La mamma ci racconta che prima di uscire le aveva detto: "Se torno tardi conservamo il pranzo".
Queste sono state le sue ultime parole rivolte alla madre.

Mahmoud stava cercando di porre una bandiera al gate quando è stato colpito da un proiettile israeliano.
E'stato trasportato al Kamal Odwan Hospital. Poi, essendo gravemente ferito, hanno cercato di trasportarlo allo Shifa Hospital, ma è morto prima.

Uno dei suoi fratelli ci mostra la bandiera ancora macchiata del suo sangue.
Chiediamo a Mohammed da chi suo figlio abbia ereditato questo sentimento di lotta e di resistenza. Il padre ci dice che la loro famiglia è originaria di Askilon. Mahmoud non è il primo martire della famiglia. Un suo zio era stato ucciso durante Piombo Fuso.
Mohammed ci dice che sentono di dover lottare per i loro diritti, per la loro libertà e per la giustizia.
Tutta la sua famiglia crede che un giorno i palestinesi ritornernarro nelle loro terre.

Uno dei fratelli ci dice che Mahmoud stava aspettando con ansia il martedì successivo, 3 aprile, per poter vedere il match del Barcellona, perché Mahmoud era un supporter della squadra.
Avrebbero visto la partita insieme.

Mahmoud era consapevole della possibilità di essere ucciso, era pronto a questa idea per amore della sua terra.
Ma allo stesso tempo Mahmoud pensava al suo futuro, e come tutti i ragazzi della sua età, pensava anche a guardare la partita della sua squadra insieme ai parenti e agli amici.

"La perdita di Mahmoud è stata un disastro per tutta la nostra famiglia - ci dice il padre - ma ora Mahmoud è con Dio e speriamo che stia meglio.
In Cisgiordania più di 300 persone sono rimaste ferite. Lì i soldati israeliani hanno utilizzato proiettili di gomma. A Gaza vi sono gli F-16 e i soldati utilizzano proiettili veri, a Gaza i soldati sparano per uccidere i palestinesi", conclude Mohammed.

Chiedo infine ai familiari se si sentono di lasciare un messaggio alla comunità internazionale.
Mohammed, il padre, ci dice: "Io voglio sapere che cosa ha fatto Mahmoud per dover essere ucciso da Israele.
Ringraziamo per la solidarietà e ringraziamo gli internazionali che sono qui per supportare i palestinesi."
Nedal, uno dei fratelli di Mahmoud, interviene: "Se mio fratello fosse stato un soldato ed avesse ucciso un ragazzo israeliano, quale sarebbe stata l'opinione delle persone del mondo intero?
Questa domanda è rivolta sopratutto ai governi degli altri paesi. Anche io vorrei sapere che cosa ha fatto Mahmoud per dover essere ucciso."

Chiedo ad Haiaa, la madre di Mahmoud, come si sente. Con occhi ancora increduli, mi risponde "Ho un fuoco nel cuore. Ogni giorno vado nella sua stanza, ogni giorno mi avvicjno al suo letto e poi inizio  a piangere".

La mamma di Mahmoud mi accompagna nella stanza del figlio. Mi mostra il suo computer, ne accarezza lo schermo. Mi mostra un piccolo mobile su cui sono poggiati i suoi oggetti. Un dentifricio, lo spazzolino, un pettine, una spazzola, un gel per i capelli. Prende il dentifricio, me lo porge, lo rimette al suo posto, dov'era prima. 
Mi mostra i jeans di Mahmoud appesi ad un attaccapanni, li accarezza. I suoi jeans sono ancora lì al loro posto.
La mamma di Mahnoud tiene la sua stanza in ordine e così come lui l'ha lasciata, come se lui fosse ancora vivo, come se dovesse tornare.
Sentivo mancare il respiro davanti al suo dolore.
L'ho abbracciata, un abbraccio pieno di sentimento di impotenza, consapevole che il mio abbraccio non avrebbe mai potuto alleviare il suo dolore, consapevole che nulla potrà mai riportarle suo figlio.

Martedì il Barcellona ha vinto. Mahmoud non ha potuto più essere lì seduto sul divano di casa a guardare la partita, ma forse lassù avrà sorriso. Ora aspetterà che arrivi la vittoria più grande, per veder riconosciuti i diritti del popolo palestinese.

Mahmoud Zaqout, 19 anni

i genitori di Mahmoud ed alcuni dei suoi fratelli


la madre di Mahmoud mostra la camera del figlio





in questo poster, la foto che Mahmoud si era scattato nei giorni precedenti alla manifestazione


Un video che ho girato durante la manifestazione